Il futuro: come gestire il lavoro e la sicurezza in una società che invecchia

Un lavoratore è una risorsa importante per la sua organizzazione. Non solo per l’investimento che è stato fatto per addestrarlo e per inserirlo adeguatamente nei meccanismi produttivi, ma anche per la lacuna che potrebbe creare decidendosi di andarsene: oltre alle inevitabili spese da affrontare per la sua sostituzione, e il necessario addestramento di una nuova risorsa, è possibile che l’azienda debba affrontare un periodo di scarso rendimento e di problemi, legati alla sostituzione di una parte del suo meccanismo.

Queste considerazioni vengono amplificate da un fenomeno che è sotto i nostri occhi, che siamo per lo più portati a vedere negativamente, ma con il quale dobbiamo inevitabilmente fare i conti: l’invecchiamento della popolazione. Il miglioramento delle condizioni igieniche, nei paesi del cosiddetto G8, ha portato ad un generico allungamento della prospettiva di vita che, a lungo andare, metterà in crisi i sistemi di sicurezza sociale. In Italia, ad esempio, il peso della classe di età > 65 raddoppierà dal 2013 al 2060, passando dal 15% al 30% (fonte OSHA-EU), per effetto del miglioramento dell’aspettativa di vita e dell’abbassamento del tasso di natalità. Per mitigare questi effetti sui conti pubblici, in diversi paesi si sta spostando in avanti l’età per il pensionamento: le carriere lavorative si stanno facendo sempre più lunghe e sarà sempre più comune trovare lavoratori anziani al lavoro. Il pensionamento anticipato come misura contro l’invecchiamento della popolazione lavorativa, finalizzato anche ad incentivare l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, si è mostrato controproducente, perché ha portato all’emarginazione dei lavoratori in età avanzata, senza peraltro ottenere particolari risultati riguardo ai giovani.

Come negli anni passati alcune aziende hanno fatto sforzi consistenti nell’indirizzare il welfare aziendale a soddisfare le necessità delle coppie giovani con figli, nei prossimi anni è da prevedere la necessità di sviluppare le questioni relative alla valorizzazione del personale attraverso politiche per il sostegno dei lavoratori anziani, incluse strategie per facilitare il rientro dopo malattie ed incidenti. Sì, perché oltre al fatto che già oggi, in media un operaio deve aspettarsi di subire almeno cinque infortuni nella sua carriera, l’allungamento della vita lavorativa implica un analogo aumento dei periodi di astensione al lavoro per malattia.

Naturalmente tutto questo non potrà prescindere dalla programmazione ed attuazione di specifiche politiche da parte delle amministrazioni e del governo. Anche qui, non si tratta di considerare solo l’innalzamento della spesa pubblica, ma valutare la questione in termini di sistema: un lavoratore attivo in condizioni accettabili di salute significa un pensionato acciaccato in meno, che si riflette in un vantaggio per il servizio sanitario nazionale anziché un peso.

Al solito, anche qui la consapevolezza di questa semplice osservazione è il primo obiettivo da raggiungere: volenti o nolenti l’estensione degli anni di vita attiva è una realtà. Sta a noi riuscire a trasformare questo dato di fatto in un’opportunità. È necessario innanzitutto essere coscienti, a tutti i livelli, della necessità di un generale miglioramento delle condizioni “fisiche” degli ambienti di lavoro: i lavoratori anziani o convalescenti semplicemente dispongono di minori energie fisiche rispetto ai lavoratori più giovani e sani, per cui le valutazioni dei rischi dovranno tenere conto della necessità, di questi particolari soggetti, di ambienti più sani e di ausili per le operazioni fisiche da compiere. Dal punto di vista dell’introduzione di nuovi processi e di nuove attrezzature, si tratta senz’altro di un fattore positivo: l’esperienza dimostra come l’innovazione è una delle strade che porta all’aumento della produttività. 

Al momento esiste una completa separazione tra lavoro e non lavoro, sia quest’ultima condizione il pensionamento o anche solo un periodo di convalescenza conseguente ad una malattia o ad un infortunio. Questa cesura spesso non è giustificata e, molto spesso, fonte di problemi. Accade infatti che il lavoratore inattivo cada in depressione, perda il rapporto con la sua comunità, sia improvvisamente escluso dal suo ambiente. Il prolungamento dell’attività di questi soggetti deboli, e la loro conseguente inclusione sociale, passa necessariamente attraverso l’adattamento delle condizioni di lavoro alle relative possibilità. È il caso di iniziare a ragionare su processi graduali di separazione dal lavoro: riduzione di orari e flessibilità della prestazione, e conseguente supporto al reddito. Anche qui: sicuramente riconoscere metà trattamento ad un lavoratore che è in grado di procurarsi un reddito per solo la metà del normale orario lavorativo, è una condizione più leggera per le casse dell’INPS (o dell’INAIL in caso di infortunio) piuttosto che pagare un trattamento pensionistico completo. Una organizzazione un poco più radicale della “staffetta generazionale”, il sistema tutt’ora in vigore – con relativo successo – che prevede la possibilità, per i soli lavoratori in imminenza di pensionamento, di chiedere il part-time vedendosi riconosciuto lo stipendio in proporzione ma i versamenti contributivi nella loro totalità, consentendo all’azienda l’assunzione di una risorsa giovane, con sgravi contributivi.

La “staffetta generazionale”, inoltre, trascura del tutto la necessità di ottimizzare il rientro del lavoratore dopo una lunga assenza a causa di infortunio o di malattia: condizioni in cui spesso il lavoratore si vede obbligato a procrastinare artatamente la ripresa del lavoro a causa dell’impossibilità fisica di sostenerne nell’immediato tutto il carico, con le conseguenze a carico dello stesso lavoratore – in termini oggettivi di riduzione del salario e soggettivi di stress e depressione – accompagnate dall’aumento dei costi a carico della collettività.

Si è detto come il lavoro sia una parte importante – fondamentale – dell’autorealizzazione delle persone: sono frequenti i casi di episodi di depressione in persone che improvvisamente cessano la loro attività produttiva, sia perché non sono in grado di lavorare, hanno perduto il lavoro o hanno raggiunto l’età pensionabile. Ma il lavoro può avere un altro effetto “terapeutico”, oltre a questo. Accade spesso che la visita di idoneità alla mansione sia l’unica occasione, per anni, in cui il lavoratore-persona, vede un medico.

Probabilmente il Servizio Sanitario Nazionale avrebbe un giovamento anche economico se si potesse utilizzare la visita periodica – debitamente potenziata attraverso lo studio di protocolli nazionali – per lo screening periodico finalizzato alla diagnosi precoce di quei disturbi la cui insorgenza aumenta con il passare dell’età delle persone.

Autore: Antonio Pedna
Architetto e Technical Member IOSH. Lavora da oltre vent'anni in grandi organizzazioni che progettano e costruiscono grandi opere infrastrutturali, in Italia e all'Estero, ricoprendo vari ruoli come coordinatore per la progettazione, coordinatore per l’esecuzione, RSPP, QHSE manager e occupandosi di project management, audit e compliance, risk management, riduzione dei costi, formazione e gestione delle risorse.

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